Beniamino Rossi nacque a Napoli il 13 ottobre 1876, ma la sua vita artistica è strettamente legata a Portici, dove si formò e visse come funzionario delle Ferrovie dello Stato. Dopo gli studi, iniziò una carriera pubblica, guadagnandosi sicurezza economica e stabilità, elementi essenziali per nutrire la sua vena creativa.
Professione e doppia anima
Assunto alle Ferrovie con il ruolo di funzionario nel Compartimento di Napoli, mantenne la sua carriera fino al pensionamento. Ma dietro la scrivania, una creatività ribollente: per oltre trent’anni fu paroliere, commediografo e autore di canzoni umoristiche, una produzione intensa ma mai banale.
I suoi testi – vivaci, divertenti, a volte dolciamari – erano scritti per i più raffinati interpreti del tempo: Pasquariello, celebri macchiettisti, e musicisti come Fonzo, Capolongo, E. A. Mario, Mazzocchi.
🎶 Brani e successi
Tra le sue composizioni più note:
- “Urdema chitarra” (1894)
- “Don Pascalino”
- “Tarantella c’ ’a nustalgia”
- “Ciccilluzzo e Cuncettina”
- “’O tramme elettrico” (1924)
- “La mia signora” (1932)
Queste opere animarono spettacoli teatrali, serate di macchiette, e rassegne canore: una fusione tra ironia, satira popolare e poesia leggera, capace di parlare al cuore delle classi urbane e delle famiglie del Sud.
🌟 Uno sguardo tra pubblico e privato
Balzava dalle binarie delle Ferrovie ai palcoscenici, dalla costanza dell’ufficio alla leggerezza della macchietta. Era un uomo che non separava lavoro e passione, ma li intrecciava: quando finiva il turno, prendeva la penna, e iniziava a descrivere le storie della gente, delle casalinghe, dei fidanzati, del caos quotidiano.
Le sue canzoni non erano proteste sociali, ma riflessi divertiti della Napoli dell’epoca, con sfumature talvolta malinconiche, talvolta festose, sempre vivide.
🌍 Eredità culturale
Pur non avendo goduto della fama di grandi parolieri dell’epoca, Beniamino Rossi resta un piccolo grande artigiano della parola: portava sul palcoscenico la cultura borghese e popolare, la mescolava con intelligenza, e la restituiva con eleganza.
Le sue opere, ora poco note, meriterebbero un recupero: registrazioni, letture, revival teatrali, perché in quei testi c’è un frammento di storia sociale, di linguaggio napoletano, di piazze, tram e amarezze. Un patrimonio di ironia sommessa e cuore partenopeo.
📌 Perché raccontarlo oggi?
- Per ricordare l’arte minuta, quella che non conquista titoli, ma vive nelle famiglie.
- Per valorizzare la cultura locale, fatta di commistioni tra impiego civile e vocazione artistica.
- Per offrire a Portici un altro figlio da riscoprire: un uomo che ha dedicato la sua vita ai testi e al sorriso, senza abbandonare la concretezza di un lavoro serio.
