Accomodati, prendi fiato e preparati a nu viagg. Un viaggio nel colore, nella materia e nell'anima di un artista che a Portici ha respirato l'aria, ha catturato la luce e ha trasformato il paesaggio in poesia. Sto parlando di un maestro, di un figlio di questa terra a tutti gli effetti, anche se l'anagrafe dice che è nato altrove: il grande Carlo Montarsolo.
Un Ragazzo all'Ombra del Vesuvio
Immaginatelo, stu guaglione. Carlo nasce sì, a Marmore, in Umbria, nella provincia di Terni, nel 1922, ma il destino, si sa, è 'na rota che gira e la sua lo porta qui, a Portici, ancora bambino. E cosa vede ogni mattina appena apre la finestra? 'O Vesuvio. Quella montagna che per noi non è solo una montagna, ma un gigante buono e terribile, un custode, un monito. E poi il mare, il nostro mare, che a seconda di come tira il vento si veste d'argento o di blu profondo.
Ecco, la pittura di Carlo Montarsolo nasce qua, tra la terra nera di lava e l'azzurro del Golfo. Autodidatta, a soli sedici anni, con una fame di vita e di bellezza, se ne andava a dipingere en plein air, come dicevano i francesi. Lo vedevi arrampicarsi sulle pendici del Vesuvio, con un altro pittore locale di nome Placido, per rubare al gigante i suoi colori, le sue forme aspre e potenti. Oppure lo trovavi al Granatello, il nostro porticciolo, a cercare di fermare sulla tela la luce che danza sull'acqua, seguendo la lezione di un altro maestro legato a noi, Luigi Crisconio.
Fu proprio lì, si racconta, durante un temporale improvviso che gli allagò la tavolozza, che fece 'na scoperta. Mescolando i colori in quel modo inaspettato, quasi violento, trovò la sua cifra, un modo tutto suo di impastare la materia che non abbandonerà mai più. Vedete? A volte, è 'o caos che genera la bellezza.
Dall'Impressionismo Vesuviano al Cubismo dell'Anima
I primi quadri di Montarsolo sono un atto d'amore per la nostra terra. Sono paesaggi vesuviani, marine, nature morte che vibrano di una luce quasi impressionista. Ma Carlo non era tipo da fermarsi, da accontentarsi. Era un uomo curioso, un viaggiatore, uno che voleva capire cosa succedeva fuori dal nostro golfo. E così, un bel giorno, parte per l'Europa.
In Belgio, si imbatte nei lavori di due mostri sacri: Picasso e Braque. E lì, scatta la seconda scintilla. Il cubismo lo affascina, lo rapisce. Ma attenzione, non lo copia. Lo fa suo, lo mastica, lo digerisce e lo tira fuori alla sua maniera. Le forme cominciano a scomporsi, a frantumarsi, ma senza mai perdere il contatto con la realtà. La sua non è un'astrazione fredda, geometrica. È una scomposizione che cerca l'anima delle cose, che vuole andare oltre l'apparenza. Come se dicesse: "Guarda bene, dentro a questo paesaggio, a questo oggetto, c'è un'altra geometria, un'altra verità".
E così nascono opere potenti, dove le "Lave Vesuviane" diventano grovigli di materia pittorica densa, quasi scultorea, e il "Tempio Sommerso" emerge da abissi di colore e di memoria. Anche quando dipinge un ritratto, come il celebre "Einstein", lo fa a modo suo, quasi a voler rappresentare non solo il volto, ma l'universo che si agitava nella mente dello scienziato.
Un Porticese nel Mondo, con Portici nel Cuore
Nonostante il successo lo porti in giro per il mondo – espone a Roma, a Milano, vince premi prestigiosi come il "Premio Mancini", partecipa alle Quadriennali, alle Biennali, arriva fino a Londra, New York, Buenos Aires – il legame con Portici e Napoli non si spezza mai. Anzi.
Pensa che, dopo aver girato il mondo, una delle sue mostre più belle e sentite, "Note di Colore", l'hanno allestita proprio qui, nella nostra magnifica Reggia di Portici, tra il 2018 e il 2019. È stato come un ritorno a casa, un cerchio che si chiude. Le sue opere, così moderne e internazionali, dialogavano con gli affreschi settecenteschi, in un gioco di rimandi e di contrasti che ti lasciava senza fiato. Un'emozione forte, che ha fatto capire a tutti quanto profonda fosse la radice che lo legava a questi luoghi.
E non dimentichiamo un altro dettaglio di famiglia, che ci racconta di una casa dove l'arte era il pane quotidiano. Suo fratello era un altro gigante, ma della musica: il basso Paolo Montarsolo, una delle voci più straordinarie della lirica del Novecento. Chissà quante volte, tra le stanze della loro casa porticese, si saranno mescolate le note di un'aria d'opera con l'odore della trementina.
La Disciplina del Talento e la "Doppia Vita"
Una cosa che forse non tutti sanno è che Carlo Montarsolo, prima di diventare "il pittore Montarsolo" a tempo pieno, ha fatto una vita, diciamo così, "doppia". Si laurea in Scienze Economiche e per anni lavora come dirigente d'azienda. Capisci? Da una parte, la precisione dei numeri, la logica del mercato, la cravatta e l'ufficio; dall'altra, il caos creativo, l'odore dei colori a olio, la libertà assoluta della tela bianca.
Ma non pensare che fossero due mondi separati. Anzi! Questa sua capacità di tenere insieme rigore e fantasia è stata la sua forza. Non era un artista bohémien, tutto genio e sregolatezza. Era un intellettuale, un lavoratore instancabile dell'arte. Si alzava all'alba, si chiudeva nel suo studio e dipingeva con una disciplina quasi monastica, con un metodo rigoroso. Quella stessa mente analitica che usava sul lavoro, la applicava alla sua ricerca pittorica, studiando la scomposizione delle forme, la struttura della luce, la chimica dei colori. Questo ce lo rende ancora più interessante: un artista che non si affida solo all'istinto, ma che costruisce il suo genio con lo studio e la fatica quotidiana.
Il Legame con la Cultura e gli Intellettuali
Montarsolo non era solo un pittore, era un uomo di cultura a 360 gradi. Dialogava con poeti, scrittori, critici. Il suo studio non era solo un laboratorio di pittura, ma un salotto, un cenacolo dove le idee circolavano libere. Figure come il poeta e critico d'arte Corrado Barbieri sono state fondamentali per lui. Barbieri, per esempio, capì subito la profondità della sua ricerca e scrisse di lui parole illuminanti, definendo il suo stile un "cubismo lirico", una formula perfetta per descrivere quella sua capacità unica di unire la scomposizione geometrica con un'emozione, una malinconia quasi, tutta mediterranea.
E poi, come non citare il rapporto con un altro gigante della nostra terra, il grande scrittore Domenico Rea? Si racconta che Rea, visitando una sua mostra, rimase folgorato da come Montarsolo riusciva a rendere la materia, a dare peso e corpo al colore. In quelle tele dense, quasi materiche, Rea rivedeva la stessa "gravità" del mondo contadino, la stessa verità terrena che lui raccontava nei suoi libri. Era un riconoscimento tra anime affini, tra uomini che sapevano leggere la realtà oltre la superficie.
Un Artista-Scienziato: l'Esplorazione Continua
La sua pittura è stata un'esplorazione continua, un viaggio che non si è mai fermato. Negli anni Cinquanta e Sessanta, dopo l'infatuazione cubista, la sua arte si fa sempre più astratta, quasi informale. Il paesaggio, il Vesuvio, il mare, diventano pretesti per indagare la pittura stessa. Le sue "Lave" di quel periodo non sono più solo la rappresentazione della colata vulcanica, ma diventano un magma di colore puro, una riflessione sulla creazione e sulla distruzione, sulla materia primordiale da cui tutto nasce.
Negli ultimi anni, poi, c'è stato un ritorno quasi sorprendente. In alcune delle sue ultime opere, riaffiorano le forme, i paesaggi, quasi un ritorno nostalgico ai luoghi dell'infanzia. Ma non era un passo indietro. Era la sintesi di una vita intera di ricerca: le forme del paesaggio vesuviano erano ora filtrate da decenni di astrazione, di scomposizione. Erano paesaggi dell'anima, ricordi trasformati in pittura, dove la geometria cubista si scioglieva in una luce più dolce, più lirica, quasi un testamento spirituale.
L'Uomo Carlo: Riservato e Appassionato
Chi lo ha conosciuto lo descrive come un uomo apparentemente schivo, riservato, di una cortesia d'altri tempi. Non amava i riflettori, le chiacchiere mondane del mondo dell'arte. Preferiva il silenzio del suo studio, il dialogo intimo con le sue tele. Ma dietro quella riservatezza c'era una passione vulcanica, la stessa che metteva nei suoi quadri. Una passione per la conoscenza, per la bellezza, per la verità che solo l'arte, secondo lui, poteva raggiungere.
Ecco, guagliò. La storia di Carlo Montarsolo è la storia di un uomo che ha saputo tenere insieme le sue radici, piantate nella terra fertile e inquieta di Portici, con le ali per volare nei cieli dell'arte internazionale. Un uomo che ci ha insegnato che si può essere rigorosi e passionali, manager e poeti, figli del Vesuvio e cittadini del mondo. E le sue tele sono ancora qui, a raccontarci questa meravigliosa avventura.
Carlo Montarsolo ci ha lasciati nel 2005, ma un artista come lui non muore mai veramente. Ci ha lasciato i suoi quadri, che sono finestre aperte su un mondo visto attraverso un'intelligenza acuta e un cuore appassionato. Ci ha insegnato a guardare il nostro paesaggio con occhi diversi, a scoprirne le geometrie segrete, la sua "alta tensione tra passato e presente", come recitava il titolo di una sua mostra.
La prossima volta che passeggerai per il Granatello o alzerai lo sguardo verso il Vesuvio, fermati un attimo. Pensa a quel ragazzo che con la sua tavolozza in spalla cercava di catturare la luce. Pensa a Carlo Montarsolo. Un uomo che, partito da Portici, ha parlato il linguaggio universale dell'arte, portandosi sempre dentro il colore della nostra lava e il blu del nostro mare. E questa, amice mie, è 'na storia che vale la pena raccontare
