Tenetevi forte. Mo' ve racconto 'na storia che non è solo storia, è Vangelo. Vangelo della nostra terra, della nostra gente, dell'ingegno che nasce sotto 'o Vesuvio e cambia il mondo. Lasciate stare 'e chiacchiere: oggi parliamo di un Titano, di uno di quegli uomini che nascono una volta ogni cent'anni. Parliamo del professore Carlo Santini.
E ve lo dico cu tutt' 'o core: quest'uomo è stato 'nu gigante per Portici, per l'Italia intera, e la sua storia va raccontata comme se deve.
Dalle trincee alla cattedra: la tempra di un eroe
Tutto comincia a Napoli, il 31 luglio 1895. Nasce un bambino, Carlo. Un guaglione sveglio, che dopo il diploma si iscrive subito alla Regia Scuola Superiore Politecnica. Sembra l'inizio di una carriera brillante e tranquilla, ma 'a Storia, quella con la S maiuscola, bussa alla porta. Scoppia la Prima Guerra Mondiale e lui che fa? Risponde presente. Parte come ufficiale del 119° Fanteria, va a combattere sull'Isonzo. Immaginatevelo: il fango, le bombe, il freddo. Durante la decima battaglia, viene pure fatto prigioniero.
Ma è proprio là, nell'inferno, che si vede 'a stoffa dell'uomo. Per il suo coraggio esemplare, lo Stato gli appunta sul petto 'na Medaglia d’argento al valor militare e 'na Croce al merito di guerra. Capite? Prima ancora di diventare professore, era già un eroe. E uno che ha visto la morte in faccia, quando torna alla vita non ha tempo da perdere: ha solo voglia di costruire.
Tornato a casa, si rimette sui libri e nel 1921 si laurea in ingegneria civile. E qui, il destino lo porta da noi. Il grande professor Mayer lo chiama a Portici, al Regio Istituto Superiore Agrario. Lo vuole come assistente alla Cattedra di Meccanica Agraria. E da quel momento, Portici diventa il centro del suo mondo, il laboratorio da cui progetterà il futuro. Nel 1928, quella cattedra diventa sua. E da lì, non si è fermato più.
Il professore con le mani sporche di terra
Santini non era uno di quei professori che si chiudono in biblioteca. Ma quanno mai! La sua forza era un'altra: unire la teoria alla pratica, i libri al campo, l'idea alla macchina. I suoi campi di battaglia diventarono tre:
1. Macchine agricole: 'A Scienza d' 'o Mutore
A quei tempi, comprare un trattore era un atto di fede. Nessuno in Italia aveva un metodo serio per dire: "Questo funziona bene, questo consuma troppo, questo si rompe subito". E lui che fa? Se lo inventa. Stabilisce per primo i criteri di prova e collaudo per le macchine agricole. Una rivoluzione! Finalmente si poteva misurare, confrontare, scegliere con la testa. Studiò le macchine prodotte all'estero per capire come migliorare le nostre, come farle rendere di più e faticare di meno.
2. Acqua e Terra: 'O Medico d' 'e Campagne
Santini aveva una convinzione scolpita nella roccia: il Mezzogiorno poteva rinascere solo con la meccanizzazione e con una gestione intelligente dell'acqua e della terra. Per questo si buttò a capofitto nelle irrigazioni e nelle bonifiche. Per decenni fu presidente del Consorzio di bonifica di Paestum. Non si limitò a firmare carte: progettò, diresse, costruì. Lo chiamavano «medico della terra», perché dove c'era una palude, lui portava un campo fertile; dove c'era siccità, lui portava un canale; dove c'era abbandono, lui portava vita e lavoro.
3. L'eredità: 'O Sape' che si tramanda
E poi, c'era l'insegnamento. Per 35 anni ha cresciuto generazioni di ingegneri e agronomi nella nostra Facoltà di Agraria, di cui fu anche Preside. Ma non gli bastava. Fondò e presiedette decine di associazioni e comitati, dall'Associazione Italiana di Ingegneria Agraria alla Commission Internationale du Génie Rural. Portava il nome di Portici e la scienza italiana in tutto il mondo.
Il Museo: la sua casa, la nostra memoria
Se oggi entrate nella nostra meravigliosa Reggia di Portici, trovate un gioiello: il Museo di Meccanica Agraria “Carlo Santini”. Quello non è un museo, è casa sua. Fu lui, fin dagli anni '30, a iniziare a raccogliere quelle macchine: trattrici, aratri, trebbiatrici... Non le vedeva come pezzi da museo, ma come strumenti di studio, come base per capire, sperimentare e migliorare. Oggi, quel museo è il suo testamento, la prova vivente della sua visione.
L'ultimo viaggio di un gigante
Questo gigante instancabile ci ha lasciati all'improvviso, il 25 novembre 1963. Era a Milano, in viaggio verso Parigi, dove doveva rappresentare l'Italia in un incontro internazionale proprio sulle macchine agricole. È morto come ha vissuto: in movimento, al servizio della scienza e del progresso, fino all'ultimo respiro.
Carlo Santini, guagliù, è stato uno di quegli uomini che non fanno rivoluzioni con le armi, ma con l'ingegno, con la tecnica e con una passione smisurata. Ha insegnato a Portici e a tutto il Sud che non basta zappare la terra: bisogna studiarla, misurarla, capirla. E, soprattutto, amarla. E noi, 'sta lezione, non ce 'a scordammo cchiù.
