Carlo Vergara Caffarelli nacque a Portici, presso Villa Luisa, il 12 febbraio 1877. Una dimora che fu rifugio e simbolo di rinascita per la sua famiglia, dopo il crollo del palazzo napoletano in cui vivevano. Un evento drammatico, ricordato con l’eco di un aneddoto quasi fiabesco: un pozzo, alcuni cocomeri messi a raffreddare, l’acqua che si abbassa improvvisamente. Un presagio, forse. Di certo, un ricordo vivido nella memoria di chi ascoltava il racconto dalla voce del nonno Carlo.
Appartenente a una famiglia nobile, i Vergara Caffarelli si stabilirono definitivamente a Portici, crocevia di memorie e di destini. La città, con la sua posizione tra Vesuvio e mare, divenne lo sfondo ideale per la formazione di un giovane dal carattere fiero, romantico e impetuoso.
La Gioventù Pericolosa e l’Accademia
Carlo visse la sua giovinezza, come lui stesso scriverà, "pericolosamente", inseguendo ideali di giustizia, con la coscienza sempre rivolta al dovere, come gentiluomo, galantuomo e soldato. Nel 1890 partecipò al concorso per l'ammissione all'Accademia Navale di Livorno. Superò con merito esami durissimi, non solo in italiano, aritmetica, storia e geografia, ma anche nella disciplina del cuore e del corpo.
Quel bando, un gioiello di burocrazia sabauda, richiedeva persino una formula per calcolare l'altezza minima dei candidati, aumentando 4 millimetri per ogni mese oltre i 12 anni d'età. Carlo era alto abbastanza. Ed era anche molto più di questo: era assetato di mare, di giustizia e d’onore.
L’Uomo di Mare e l’Ispettore
Dal 1896 iniziò una brillante carriera nella Regia Marina. Fu imbarcato su numerose unità navali, percorse rotte militari e istituzionali, attraversando porti italiani e stranieri. Salì progressivamente di grado, fino a diventare tenente generale ispettore delle Capitanerie di Porto, ruolo chiave per il controllo e la sicurezza dei litorali nazionali.
L’incarico lo portò a confrontarsi con le complessità della burocrazia e con le mille sfide di un’Italia che cambiava. Ma anche in mezzo a carteggi, ispezioni e manovre, Carlo restava un uomo capace di scrivere versi durante le pause tra le onde.
L’Amore per Ada e la Voce del Poeta
Già, perché Carlo Vergara Caffarelli era anche un poeta. Nei primi anni del Novecento, tra Civitavecchia, Taranto e Augusta, scriveva versi intensi e appassionati, dedicati ad Ada Ronchey, figlia di Eugenio Ronchey, direttore della Cassa di Risparmio di Civitavecchia.
Tra i due sbocciò un amore profondo, contrastato, tenero, documentato da un fitto carteggio e da una raccolta di poesie intitolata semplicemente Versi. Ci sono sonetti malinconici, stornelli ironici, favole poetiche, e lettere in versi che culminano in una romantica dichiarazione: "Oh! Stringetemi ai polsi le catene". Si sposarono nel 1906, suggellando un’unione che univa passione e rispetto, poesia e complicità.
Le Poesie del Mare
La sua vita militare si intrecciò sempre con la sua sensibilità artistica. Dalla corazzata Enrico Dandolo, in viaggio tra Taranto e Augusta, scriveva versi che sembrano il canto stesso del mare, immersi tra i marosi e la nostalgia. Tra le sue poesie più intense, spicca Navigando da Taranto ad Augusta, dove l'elemento marino si fa metafora del destino umano.
In quelle righe si sente il fragore delle onde, la malinconia del viaggio, ma anche la fierezza di chi affronta la vita come una rotta da seguire, anche quando le stelle sembrano scomparse all’orizzonte.
L’Onore, il Silenzio, l’Epilogo
Nel corso della sua carriera, per il lodevole stato di servizio, è stato insignito delle seguenti decorazioni e onorificenze:
- Medaglia commemorativa con il Motto Libia Campagna di guerra per l’anno 1915 e 1918
- Medaglia Commemorativa per la guerra del 1915-18
- Croce d’oro per 25 anni di Servizio
- Medaglia Interalleata della Vittoria
- Commendatore dell’ordine di SS. Maurizio e Lazzaro
- Commendatore dell’ordine coloniale della Stella d’Italia
- Cavaliere di Gran Croce dell’ordine della Corona di Italia
- Campagna di guerra del 1943
- Medaglia mauriziana al merito dei dieci lustri di carriera militare.
Fu uomo del suo tempo, monarchico convinto, fedele al Re e alla Patria. Eppure, nelle sue parole si percepisce anche la delusione per le incomprensioni, per le fatiche non sempre riconosciute. Un passaggio del suo testamento spirituale, datato Roma 19 settembre 1955, commuove per la sua lucidità e nobiltà d'animo:
"Ho vissuto pericolosamente sin dalla mia giovinezza, ed ho sempre lottato con i più forti di me per un ideale di giustizia. Non sempre sono stato compreso, non importa, la morte pareggerà tutti. Alla mia diletta Italia il fervido augurio di riavere il suo Re, e con lui la pace e la prosperità."
Morì poco dopo, nel 1955. Oggi il suo nome sopravvive tra le carte di famiglia, nei ricordi dei suoi discendenti e in quelle poesie che raccontano il cuore di un uomo che fu marinaio, amante, poeta, patriota.
Un figlio di Portici che il tempo non ha dimenticato, e che oggi merita di essere raccontato con la stessa passione che lui metteva in ogni cosa. Nei suoi versi e nelle sue azioni vibra l’identità di una generazione che cercava il senso dell’onore nell’amore, della disciplina nella poesia, del dovere nella bellezza.
Carlo Vergara Caffarelli è uno di quei personaggi che andrebbero raccontati ai giovani, letti nelle scuole, ricordati nei nomi delle strade. Perché è nella storia di uomini così che Portici ritrova, con orgoglio, un pezzo della sua anima.
